Santorso nel contesto globale

1.1 Premessa: Santorso verso la greencommunity

L’amministrazione comunale di Santorso guarda alle pratiche di sostenibilità come alle nuove sfide sulle quali impegnare la propria comunità. Viviamo, infatti, un tempo di crisi, nella quale i Municipi sono chiamati a essere uno degli spazi dei beni comuni, proponendosi come gli attivatori di processi sociali e culturali capaci di cambiare il volto della nostra quotidianità.

Proprio per queste ragioni, nel gennaio 2012, il consiglio comunale di Santorso ha approvato all’unanimità un atto di indirizzo intitolato “Verso una comunità integrata e sostenibile che declina il tema della sostenibilità non soltanto in campo ambientale, ma anche sociale: tutela dell’ambiente e benessere, infatti, si intrecciano tra loro, mentre la progressiva riduzione dell’impronta ecologica delle attività umane può non solo migliorare la qualità della nostra vita, ma anche permettere la nascita di nuove opportunità di lavoro.

La crisi che stiamo attraversando, del resto, non vive soltanto degli andamenti delle borse internazionali e non ha a che fare unicamente con gli indici valutari e finanziari. E’, invece, un fenomeno complesso e plurale, allo stesso tempo economico, sociale, ambientale, ecologico e climatico, tanto da spingere alcuni studiosi a definirlo “la crisi perfetta”.

Il mondo si deteriora e le risorse a disposizione della nostra vita sono in via di esaurimento, tanto che a settembre di ogni anno l’umanità ha già ampiamente consumato quanto la natura ci mette a disposizione per dodici mesi. Non sono in deficit soltanto gli indici economici, dunque, ma anche quelli ambientali e, in questo caso, il pareggio di bilancio diventa, evidentemente, una questione di sopravvivenza che non può essere risolta attraverso una legge ma trova risposte nelle nostre pratiche quotidiane.

Del resto, la crisi ecologica e ambientale è una conseguenza diretta delle attività umane, come attestano gli studi scientifici della comunità internazionale; i rischi ambientali derivanti dalle forme produttive e dalle attività di approvvigionamento energetico possono avere conseguenze devastanti per la vita umana e l’ecosistema naturale, come dimostrano, tra gli altri, il disastro alla centrale nucleare di Fukushima e l’esplosione di una piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico nel 2010.

Le difficoltà economiche si intersecano alle criticità ambientali, rendendo fragile e insostenibile il modello di sviluppo che ha caratterizzato gli ultimi decenni e creando un circolo vizioso dal quale non è semplice individuare la via d’uscita. Le risorse naturali rischiano di diventare sempre più materia del contendere invece che bene comune, rappresentando la causa di nuovi conflitti tra popoli e comunità.

In questo contesto di crisi, parlare di sostenibilità significa abbozzare l’idea di un domani diverso, nel quale la tutela dei beni comuni diventa lo spazio all’interno del quale costruire una nuova idea di benessere. Senza una sobrietà delle nostre pratiche quotidiane e una particolare attenzione alla qualità del nostro impegno nel tutelare e valorizzare i beni comuni, infatti, non saremo capaci di garantire a noi stessi e alle prossime generazioni quel benessere che fino a pochi anni fa credevamo inalienabile e che oggi è diventato così precario: l’uscita dalla crisi globale che attraversa la nostra quotidianità è inscritta nella sostenibilità, perché è soltanto attraverso un nuovo sguardo al nostro pianeta, alle sue dinamiche ambientali e alle relazioni sociali che lo attraversano che possiamo mettere in discussione i pilastri sui quali si è costruita la situazione odierna.

E’ per queste ragioni che l’amministrazione comunale di Santorso ha voluto aprire un proprio filone di ricerca e approfondimento sul tema dei beni comuni. Un confronto pubblico e plurale, articolato in incontri con esperti e opportunità di discussione, che guarda ai temi appena citati in forma non meramente meccanica: la riduzione delle emissioni nocive, in altre parole, non sarà la risultante matematica di alcuni specifici interventi da applicare secondo un manuale prestabilito, ma un percorso, una pratica, un fare insieme che deve necessariamente coinvolgere la comunità locale, anche ridefinendo le forme della democrazia e della partecipazione. Parlare di una comunità integrata e sostenibile significa cambiare il nostro punto di vista e le nostre pratiche quotidiane, alla ricerca di partecipazione e responsabilità, consapevolezza e condivisione. Affermando che, mai come oggi, il futuro è nelle nostre mani e che fare le scelte sbagliate significa pregiudicare il domani.

Crediamo, infatti, che siano tanti i piani da intersecare nella costruzione di una comunità integrata e sostenibile: la tecnologia contemporanea ci offre soluzioni e innovazioni per ridurre e azzerare l’impronta ecologica delle nostre attività, ma la loro efficacia è legata ai processi sociali e culturali intorno ai quali costruire la consapevolezza collettiva che questo nostro mondo, unico e insostituibile, è un patrimonio comune da tutelare.

Ecco perché siamo alla ricerca non solo di soluzioni tecnologiche, ma anche di pratiche di partecipazione innovative attraverso le quali costruire relazioni sociali anch’esse sostenibili. Gli enti locali, grazie alla loro capacità di intrecciare relazioni e reti territoriali, possono essere protagonisti di questo percorso, se sanno agire nell’ottica delle sinergie aprendo nuovi spazi di partecipazione.

La storia della nostra penisola, del resto, è una narrazione che per secoli ha visto i comuni e le città-stato come protagonisti della vita politica: crediamo che proprio intorno alle piazze delle città e ai Municipi possa svilupparsi quel protagonismo civico indispensabile per guardare al domani come al tempo dei beni comuni.

Il patrimonio naturale, la disponibilità di acqua di buona qualità, di aria non inquinata, di un territorio vivibile, sono beni indispensabili per la qualità della nostra vita. Questi patrimoni hanno anche una grande importanza per molte attività economiche: dal turismo, col suo vasto indotto, alla filiera agroalimentare.

Sono queste le ragioni che hanno spinto l’amministrazione comunale di Santorso a costruire il proprio Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile, con la convinzione che esso sia un work in progress e non un documento chiuso, capace non solo di intercettare la spinta partecipativa di tanti cittadini, ma anche di intrecciarsi con le scelte e le strategie dei Comuni limitrofi, nella convinzione che il futuro dell’area altovicentina non possa che passare attraverso la costruzione di pratiche e strumenti comuni per la sostenibilità ambientale e sociale. In questo senso, l’auspicio dell’amministrazione è che, quanto prima, il piano comunale possa passare in secondo piano, sostituito da un Patto d’Area capace di individuare gli asset strategici per l’intero territorio dell’altovicentino e fare di quest’ultimo una grande comunità integrata e sostenibile.

1.2 Cambiamenti climatici, dal locale al globale: i Municipi nel contesto internazionale

Alla conferenza mondiale sul clima organizzata dalle Nazioni Unite a Durban nel dicembre 2011 è stato presentato dai rappresentanti dei governi locali un documento sottoscritto da oltre 500 città di tutto il mondo in cui si riconosce che “i governi locali rivestono un ruolo strategico nell’affrontare i cambiamenti climatici per la loro responsabilità in piani e regolamenti che possono influenzare adattamento e mitigazione e la loro capacità di dimostrare leadership e adottare soluzioni innovative su questi temi”.

E’matura la consapevolezza che gli interventi per migliorare l’efficienza energetica degli spazi urbani giocano un ruolo strategico nelle politiche di abbattimento dell’impronta ecologica e di adattamento ai cambiamenti climatici globali. Da una parte, infatti, l’80% dei consumi energetici e delle emissioni di anidride carbonica (CO2) complessive è direttamente associato alle attività antropiche che caratterizzano le realtà urbane, dall’altra, il ruolo dei Municipi è fondamentale non solo per implementare interventi e politiche, ma anche per favorire la crescita di una consapevolezza culturale su questi temi.

D’altra parte, nell’ultimo ventennio si sono moltiplicate le dichiarazioni d’intenti e le fonti normative rivolte a promuovere nuove pratiche di sostenibilità. La Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo di Rio de Janeiro del 1992, ha portato per la prima volta all’approvazione di una serie di convenzioni su alcuni specifici problemi ambientali (clima, biodiversità e tutela delle foreste), nonché la “Carta della Terra”, in cui venivano indicate alcune direttive su cui fondare nuove politiche economiche più equilibrate, e il documento finale (poi chiamato “Agenda 21”), quale riferimento globale per lo sviluppo sostenibile nel XXI secolo: è il documento internazionale di riferimento per capire quali iniziative è necessario intraprendere per uno sviluppo sostenibile.

Nel 1994, con la “Carta di Ålborg”, è stato fatto il primo passo dell’attuazione dell’Agenda 21 locale, firmata da oltre 300 autorità locali durante la “Conferenza europea sulle città sostenibili”: sono stati definiti i principi base per uno sviluppo sostenibile delle città e gli indirizzi per i piani d’azione locali.

Dopo cinque anni dalla conferenza di Rio de Janeiro, la comunità internazionale è tornata a discutere dei problemi ambientali, e in particolare di quello del riscaldamento globale, in occasione della conferenza di Kyoto, tenutasi in Giappone nel dicembre 1997. Il Protocollo di Kyoto, approvato dalla Conferenza delle Parti, è un atto esecutivo contenente le prime decisioni sulla attuazione di impegni ritenuti più urgenti e prioritari. Esso impegna i paesi industrializzati e quelli ad economia in transizione (Paesi dell’Est europeo) a ridurre del 5% entro il 2012 le principali emissioni antropogeniche di 6 gas (anidride carbonica, metano, protossido di azoto, idrofluorocarburi, perfluorocarburi ed esafluoruro di zolfo), capaci di alterare l’effetto serra naturale del pianeta. Il Protocollo prevede che la riduzione complessiva del 5% delle emissioni di anidride carbonica, rispetto al 1990 (anno di riferimento), venga ripartita tra Paesi dell’Unione Europea, Stati Uniti e Giappone; per gli altri Paesi, il Protocollo prevede invece stabilizzazioni o aumenti limitati delle emissioni, ad eccezione dei Paesi in via di sviluppo per i quali non prevede nessun tipo di limitazione. La quota di riduzione dei gas-serra fissata per l’Unione Europea è dell’8%, tradotta poi dal Consiglio dei Ministri dell’Ambiente in obiettivi differenziati per i singoli Stati membri. In particolare, per l’Italia è stato stabilito l’obiettivo di riduzione del 6,5% rispetto ai livelli del 1990.

Il Protocollo di Kyoto è entrato in vigore il 16 febbraio 2005, senza tuttavia registrare l’adesione degli Stati Uniti. L’urgenza di definire strategie globali sui temi più critici per il futuro del pianeta – acqua, energia, salute, sviluppo agricolo, biodiversità e gestione dell’ambiente – ha motivato l’organizzazione di quello che è stato finora il più grande summit internazionale sullo sviluppo sostenibile, tenutosi a Johannesburg dal 26 agosto al 4 settembre 2002.

E’ in questo contesto che l’Unione Europea ha approvato il pacchetto energia denominato “20/20/20 con il quale pone l’obiettivo di ridurre le emissioni di Co2 e favorire lo sviluppo e la diffusione delle fonti rinnovabili; in particolare, per quanto riguarda il nostro Paese, l’Unione ha fissato due obiettivi da raggiungere entro l’anno 2020: ridurre del 13% le emissioni di Co2 e aumentare del 17% i consumi energetici da fonti rinnovabili rispetto ai livelli del 2005. Il pacchetto prevede, inoltre, un aumento del 20% del risparmio energetico.

Migliorare l’efficienza energetica di un territorio urbano significa intervenire sugli edifici esistenti, sulla mobilità, sulla densità urbana e sul modo in cui l’energia viene prodotta e utilizzata. Diverse città europee si sono date obiettivi molto ambiziosi, in parte già raggiunti. Fra queste Londra (60% di riduzione rispetto al 1990 nel 2025), Parigi (75% di riduzione al 2050 rispetto al 2004, Amsterdam (riduzione del 40% al 2025 rispetto al 1990) Copenaghen (riduzione del 20% rispetto al 2005 già conseguita nel 2010 e l’obiettivo di una riduzione del 100%), Madrid (50% di riduzione rispetto al 2004 nel 2050). Ma non sono solo le grandi metropoli a poter interventire concretamente nella riduzione delle emissioni: anche i piccoli e piccolissimi Comuni possono, con azioni specifiche e scelte culturali, contribuire all’abbattimento dell’impronta ecologica delle attività umane. Questo vale, in particolare, in un territorio come quello del nordest italiano, caratterizzato dalla moltiplicazione dei centri abitati e dall’impesa diffusa. Da questo punto di vista, è utile approfondire il contesto storico, sociale ed economico che caratterizza il nostro territorio.

1.3 Il contesto europeo

Le riflessioni appena esposte, naturalmente, si inseriscono nel più ampio contesto europeo nel quale si sviluppa il Patto dei Sindaci.

Nella lotta contro i cambiamenti climatici, l’impegno dell’UE si concentra soprattutto sulla riduzione dei consumi e lo sfruttamento delle fonti energetiche rinnovabili. Il Libro verde del Marzo 2006 intitolato “Una strategia europea per un’energia sostenibile, competitiva e sicura”, propone una strategia energetica per l’Europa per ricercare l’equilibrio fra sviluppo sostenibile, competitività e sicurezza dell’approvvigionamento ed individua sei settori chiave in cui è necessario intervenire per affrontare le sfide che si profilano. Il documento propone inoltre di fissare come obiettivo per l’Europa il risparmio del 20% dei consumi energetici.

Nel gennaio 2007 la Commissione ha presentato il pacchetto sul tema dell’energia per un mondo che cambia, che include una comunicazione intitolata “Una politica energetica per l’Europa”. Nelle conclusioni, il Consiglio europeo riconosce che il settore energetico mondiale rende necessario adottare un approccio europeo per garantire un’energia sostenibile, competitiva e sicura.

Il piano d’azione approvato dal Consiglio europeo delinea gli elementi di un approccio europeo, ossia un mercato interno dell’energia ben funzionante, solidarietà in caso di crisi, chiari obiettivi e impegni in materia di efficienza energetica e di energie rinnovabili, quadri per gli investimenti nelle tecnologie, in particolare per quanto riguarda la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica e l’energia nucleare.

L’impegno sottoscritto dal Consiglio Europeo dell’8-9 Marzo 2007 conosciuto con lo slogan Energia per un mondo che cambia: una politica energetica per l’Europa – la necessità di agire”, ovvero la politica 20-20-20 (riduzione del 20% delle emissioni climalteranti, miglioramento dell’efficienza energetica del 20%, percentuale di rinnovabili al 20% all’orizzonte dell’anno 2020) indica la necessità di fissare obiettivi ambiziosi di lungo termine, a cui devono tendere le politiche di breve e medio termine.

Il 17 dicembre 2008 il Parlamento Europeo ha approvato le 6 risoluzioni legislative che costituiscono il suddetto pacchetto, con oggetto:

  • energia prodotta a partire da fonti rinnovabili;

  • scambio di quote di emissione dei gas a effetto serra;

  • sforzo condiviso finalizzato alla riduzione delle emissioni di gas a affetto serra;

  • stoccaggio geologico del biossido di carbonio;

  • controllo e riduzione delle emissioni di gas a effetto serra provenienti dai carburanti (trasporto stradale e navigazione interna);

  • livelli di prestazione in materia di emissioni delle autovetture nuove.

E’ a partire da questi strumenti che la Commissione Europea, DG TREN, ha lanciato un’iniziativa rivolta agli enti locali di tutti gli Stati Membri, chiamata “Patto dei Sindaci”. Il Patto prevede un impegno dei Sindaci direttamente con la Commissione, per raggiungere almeno una riduzione del 20% delle emissioni di CO2 rispetto ai livelli del 1990, entro il 2020. Entro un anno dalla firma le Amministrazioni devono presentare un Piano d’Azione in grado di raggiungere il risultato previsto.

Nell’ambito di questa iniziativa, la DG TREN ha coinvolto la BEI (Banca Europea degli Investimenti), per mettere a disposizione le ingenti risorse finanziarie necessarie per investimenti fissi sul patrimonio dei Comuni, tali da produrre forti riduzioni dei consumi energetici e larga produzione da fonti rinnovabili.

1.4 Il contesto nazionale

Il contesto nel quale si muovono le città italiane è però tutt’altro che confortante, per la mancanza di un adeguato indirizzo politico nazionale e di uno stabile quadro di riferimento normativo a cui si somma la perdurante scarsità di risorse per investimenti pubblici strategici.

Sul piano dei numeri, è sufficiente un accenno: in Italia, il ritardo nell’attuazione delle direttive comunitarie nel settore residenziale e in quello dei servizi si accompagna a un incremento delle emissioni di gas climalteranti del 10,5% tra il 1990 e il 2008, a fronte del calo del 13,6% registrato in Europa (in media, nello stesso periodo e per gli stessi settori). Ancora: in un’Europa ormai indirizzata verso l’adempimento degli obblighi connessi al protocollo di Kyoto, il nostro Paese è riuscito a recuperare parte del tempo perduto solo “grazie” agli effetti depressivi della crisi economica, come dimostra la caduta della domanda di energia elettrica nel 2009.

Il 10 settembre 2007 è stato presentato al Commissario europeo per l’energia il position paperEnergia: temi e sfide per l’Europa e per l’Italia”. Il documento, approvato il 7 settembre all’interno del Comitato interministeriale per gli affari comunitari europei, contiene la posizione del governo italiano sul potenziale massimo di fonti rinnovabili raggiungibile dal nostro paese. Nel testo sono contenuti, inoltre, gli elementi per l’avvio della discussione in sede comunitaria sugli obiettivi concordati dal Consiglio Europeo dell’8 e 9 marzo 2007 (Consiglio di Primavera) relativamente ai nuovi traguardi della politica europea in materia di fonti rinnovabili, riduzione delle emissioni di gas serra e risparmio energetico. L’Italia ha inoltre ha presentato a Bruxelles il proprio piano di azione nazionale sull’efficienza energetica per ottenere il 9,6% di risparmio energetico entro il 2016, più di quanto prevede la direttiva europea 2006/32 (9%).

Nelle premesse al Decreto Burden Sharing viene ricordato che gli obiettivi nazionali sono tarati su quelli previsti dal Piano di azione nazionale per lo sviluppo delle fonti rinnovabili (2010), ma che essi “rappresentano obiettivi minimi, che potranno essere integrati ed anche diversamente articolati nell’arco dei previsti aggiornamenti biennali, per tener conto del maggior apporto di alcune fonti, di eventuali mutamenti tecnologici così come degli esiti del monitoraggio”.

Inoltre, a decorrere dal 2013, il Ministero dello sviluppo economico dovrà provvedere, “entro il 31 dicembre di ciascuno anno, alla verifica per ciascuna regione e provincia autonoma della quota di consumo finale lordo coperto da fonti rinnovabili, riferita all’anno precedente” (Dm 15 marzo 2012, art. 5 comma 1). Il decreto valuta anche il caso di mancato conseguimento degli obiettivi da parte della Regione, normando le modalità d’intervento del Governo.

In questo contesto ambivalente di vaghezza delle politiche nazionali si inserisce il fermento delle realtà locali: il sistema economico-produttivo, le reti di enti locali e gli stessi cittadini stanno rapidamente comprendendo l’importanza di affrontare la questione del cambiamento climatico e, più ancora, i riflessi che essa è destinata a generare nelle forme di produzione e di consumo dell’energia, nonché i riflessi indiretti che comporterà nelle matrici economiche, sociali e ambientali, fino a incidere sui nostri stili di vita.

Questa importante reazione locale fa i conti con una crisi economica della quale il Paese e le comunità locali faticano a vedere un’uscita e che è certamente destinata a modificare i paradigmi dello sviluppo sui quali abbiamo basato negli ultimi anni la nostra economia oltre a far emergere nuovi problemi con i quali dobbiamo preparare la città a fare i conti come quello della ‘fuel poverty’ prodotto dalla costante aumento della spesa energetica sui redditi familiari.

1.5. Santorso, nel cuore del nordest

1.5.1 Il contesto vicentino negli ultimi due secoli

Dalla polenta all’oro; potrebbe essere la sintesi metaforica della parabola economica del territorio vicentino, diventato in pochi decenni punto di riferimento per molti studiosi che si occupano di sviluppo industriale.

Al centro del Veneto, la provincia di Vicenza – e, in essa, l’altovicentino – è divenuta uno degli assi portanti di quella che alcuni hanno definito la locomotiva del nordest1, cioè di quel sistema produttivo basato su piccole imprese e sui distretti industriali che, a partire dagli anni Settanta, ha conosciuto una crescita vertiginosa culminata con la crisi dei cambi2 dei primi anni novanta e la corrispondente impennata nelle esportazioni. Un territorio di emigrazione si è trasformato in luogo di destinazione dei flussi migratori, mentre una società un tempo umile e povera in pochi lustri è diventata spazio di esibizione del lusso e, in molti casi, del superfluo.

Il territorio vicentino ha conosciuto l’avvento della ricchezza a partire dalla seconda metà del XX secolo; oggi la provincia berica è una delle più ricche d’Italia e compete con i territori più prosperi del continente europeo. Le esportazioni delle aziende vicentine equivalgono, in termini di fatturato, a quelle di un Paese come la Grecia3. Percorrendo le strade che dai centri abitati si diramano verso l’esterno, la campagna aperta è una visione sempre più rara: alle lussuose ville si alternano i capannoni e all’ombra di ogni campanile si è insediata almeno una zona industriale; quel territorio così ben descritto da Luigi Meneghello in Libera Nos a Malo, non esiste più4 . Uno sviluppo rapidissimo, che per più di un ventennio – dagli anni Settanta sino alla prima metà degli anni Novanta – ha visto tassi di crescita elevatissimi, raggiungendo in alcune aree percentuali annue pari al 30%5. Poi la corsa che sembrava inarrestabile, ha rallentato facendo emergere molte delle contraddizioni che il rapido arricchimento aveva mimetizzato tra le pieghe di una società ancora fortemente basata sulla solidarietà famigliare.

Se nel dopoguerra questa era ancora considerata una terra depressa, oggi il vicentino – e, più in generale, il Veneto – è uno dei luoghi più ricchi d’Italia.

Sono molti gli studiosi che, a partire dagli anni Ottanta, si interessano dello sviluppo di quella che un tempo era compresa nella “Terza Italia” ed oggi viene indicata come il “Nordest”6.

Se gli alti tassi di crescita e la ricchezza sono un fenomeno recente, lo stesso non si può affermare per i processi di industrializzazione. Il territorio vicentino, infatti, è tra i primi in Italia, all’inizio del XIX secolo, a conoscere la fabbrica, con il polo laniero altovicentino costituitosi intorno al Lanificio Rossi di Schio7 che, peraltro, ha lasciato importanti testimonianze anche a Santorso, con la Villa del senatore all’interno di un maestoso parco nel quale, all’epoca, avevano sede il podere modello e la Scuola di Pomologia.

Nel 1903 le rilevazioni statistiche del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio attestavano una vivacità manifatturiera che si riscontrava in tutti i comparti dell’industria leggera e che coinvolgeva principalmente i centri della pedemontana ed il capoluogo di provincia. Dunque, già agli albori del XX secolo nel territorio vicentino si erano create alcune delle condizioni che poi, a partire dalla seconda metà del secolo, contribuiranno alla nascita dei distretti industriali e al rapido accrescimento della produttività e dei fatturati. Nonostante ciò, i flussi emigratori erano in costante crescita, e migliaia di persone lasciavano ogni anno la propria casa dirette verso il nord Europa e, sempre più spesso, oltreoceano8.

Nel secondo dopoguerra il vicentino e il Veneto sono ancora una terra attraversata da povertà e fame. Tanto che la regione che un tempo fu il granaio della Repubblica Serenissima attinge a piene mani ai fondi stanziati dal governo nazionale per sostenere le zone depresse del Paese9.

E’ in questo contesto che, a partire dagli anni Settanta, prende corpo quello che verrà poi chiamato il “modello nordest”, ovvero lo sviluppo di un sistema produttivo anomalo, basato sulla piccola impresa10 che non necessariamente fa riferimento a commesse derivanti da concentrazioni industriali maggiori, bensì si pone direttamente sul mercato nazionale e, nell’ultimo trentennio, internazionale. Il vicentino è un fiorire di capannoni e attività industriali: «nonostante il peso di alcune grosse aziende metalmeccaniche, tessili, orafe e conciarie, le imprese sono [nel 1994] 55 mila, una ogni tredici abitanti […] Il reddito prodotto pro capite era nel 1994 di 33 milioni [di lire], cioè quasi sei milioni in più rispetto a quello nazionale (27,2). Solo una donna su 4,7 fa la casalinga, le case di proprietà sono il 72%, le ore annue di sciopero per addetto la miseria di 1,2 mentre il tasso di disoccupazione, in alcune zone pedemontane, è sceso addirittura al 2,9%»11.

La crescita produttiva e dei fatturati avviene grazie ad una serie di caratteristiche, alcune endogene ed altre esogene. E’ bene sottolineare, innanzitutto, che gran parte delle piccole aziende si è formata in un regime di economia informale12, dove la dimensione familiare ed il capitale sociale hanno un ruolo decisivo nella costruzione dell’impresa. L’economia informale, però, continuerà ad avere un ruolo importante anche nella fase di rafforzamento e stabilizzazione del sistema economico veneto e vicentino, non solo nella dimensione degli scambi di mercato, ma anche nei rapporti di lavoro subordinato, in particolare con l’utilizzo spesso sommerso di grandi quantità di lavoro straordinario.

Questo sistema di relazioni lavorative all’interno delle aziende è vincente finché il sistema produttivo locale è concorrenziale, e i vantaggi della crescita vengono distribuiti, anche se in maniera diseguale, tra gli attori della comunità locale. Il meccanismo, però, si inceppa nelle fasi di stagnazione o regressione. A partire dalla seconda metà degli anni Novanta, i ritmi di crescita delle economie locali del Nord Est si sono notevolmente ridotti. «E’ opinione diffusa che questo andamento rifletta alcuni problemi strutturali, resi più pressanti dai forti cambiamenti che hanno caratterizzato l’economia italiana e mondiale negli ultimi vent’anni» (Accetturo A., Menon C., “Il nord est nel confronto europeo”, in Banca d’Italia, L’economia del Nord Est, numero 8, ottobre 2011).

Col passare degli anni, le imprese familiari si sono sviluppate iniziando a costruire reti di imprese che hanno dato vita a filiere produttive e distretti industriali. Nell’altovicentino – a differenza di altri territori della provincia – questo processo ha avuto una certa forma di governo che, in qualche maniera, ha saputo gestire la dimensione urbanistica dell’industrializzazione concentrando le strutture produttive in alcune aree.

1.5.2 L’Altovicentino, una lunga storia industriale nella quale cercare risposte alla crisi ambientale

Il territorio altovicentino ospita una delle più vaste aree industriali del nord Italia; disteso sui territori di diversi Comuni, il tessuto produttivo locale è caratterizzato prevalentemente da piccole e medie imprese manifatturiere, con alcuni significativi esempi di eccellenza. Le aziende che operano in quest’area sono ben 5.800 aziende. Tra queste, possiamo riconoscere come settori trainanti la meccatronica, la meccanica e il packaging.

L’industrializzazione dell’altovicentino, però, non è riconducibile soltanto al modello dei distretti industriali veneti, protagonisti negli anni Ottanta e Novanta del XX secolo di un dinamismo studiato in tutto il mondo, ma ha anche lontane radici storiche che affondano nella tradizione tessile progettata e realizzata da imprenditori come Alessandro Rossi. In questo senso, il complesso industriale territoriale rappresenta un interessante intreccio tra tradizione e innovazione, esperienza storica e nuova imprenditorialità. Se i primi insediamenti Lanerossi e la fabbrica sotterranea di Ambrogio Dalla Rovere sono stati disegnati con l’obiettivo della concentrazione delle attività industriali nei pressi delle fonti energetiche, oggi il tessuto produttivo si estende su un’ampia fetta della pianura pedemontana, raggiungendo dimensioni più ampie dei centri abitati che lo circondano.

Il sistema produttivo altovicentino, grazie alle sue caratteristiche particolari e alle radici storiche nelle quali si fonda la tradizione manifatturiera locale, ha saputo resistere meglio ai fattori di crisi che hanno investito l’economia del nord est, ma le difficoltà non sono mancate e, in particolare negli ultimi anni, le aziende – e in particolare quelle medio piccole a vocazione artigianale – sono entrate in una fase di forte pressione dovuta alla diminuzione delle commesse e all’impossibilità di programmare la produzione sul lungo periodo.

I punti di forza sui quali si fondava la competitività del sistema produttivo locale sono venuti via via a mancare, e oggi è necessario ripensare la competitività di questo sistema territoriale. Nodi particolarmente interessanti appaiono essere l’innovazione tecnologica e la riconversione ecologica del sistema produttivo locale, anche alla luce della centralità economica della manifattura meccanica, della progettazione e produzione di macchine e impianti industriali, dello sviluppo della meccatronica.

Non sorprende, del resto, che la grande concentrazione produttiva che caratterizza l’Altovicentino possa avere delle ricadute negative in campo ambientale, anche se è importante sottolineare che, per fattori geografici, morologici, metereologici, ma anche per una tradizione attenzione all’ambiente, questo territorio registra concentrazioni di inquinanti minori degli altri territori veneti.

E’ evidente che il sistema produttivo, pur non essendo l’unica fonte d’emissione, contribuisce in maniera significativa all’inquinamento, a maggior ragione per l’ampia diffusione di imprese nel territorio altovicentino. La politica sul clima è legata indissolubilmente a quella sull’energia, e l’impegno dell’Unione in materia ha avuto uno sviluppo fondamentale negli ultimi anni, con l’adozione del pacchetto “clima-energia”: una riflessione sull’abbattimento dell’impronta ecologica delle nostre comunità, dunque, non può prescindere da un approfondito ragionamento sovracomunale sul ruolo dell’impresa e sulla sua capacità di riconvertirsi ecologicamente, facendo di quest’ultima caratteristica un punto di forza nel mercato globale.

1.6 Una prospettiva: i beni comuni

Interpretando e recependo riflessioni e “stimoli” dalla crisi in atto, l’amministrazione comunale di Santorso ha dato impulso a un processo di costituzione di una rete di realtà istituzionali e sociali che approfondisca il dibattito sul tema dei “beni comuni”.

Il dibattito intorno ai beni comuni ha, evidentemente, una pluralità di sfumature di natura giuridica, sociale ed economica, che non possono essere semplificate attraverso la realizzazione di una “lista dei beni comuni” né descritta attraverso una categorizzazione di questi ultimi. Non si riduce nella ricerca del “bene comune”, ma assume, nella discussione, i nodi e le contraddizioni che generano diseguaglianza. Piuttosto, il discorso intorno ai beni comuni si articola, prima che sulla materialità di questi ultimi, su un’idea diversa e altra di partecipazione che vede nella responsabilità diffusa e nella democrazia deliberativa le nuove frontiere dello spazio pubblico. In altre parole, quello a cui tendono i beni comuni sono le relazioni sociali che si possono innescare intorno alla gestione, alla cura e alla valorizzazione di elementi vitali per la comunità.

Intorno alla pratica dei beni comuni si è sviluppato, in Italia e all’estero, un intenso dibatitto che ha portato alcuni autori a teorizzare un superamento della dicotomia tra pubblico e privato. Il tema dei beni comuni si è imposto nel dibattito pubblico a partire dagli ultimi referendum nazionali durante i quali si è affermata la volontà popolare di considerare acqua ed energia come, appunto, beni comuni, slegati dalla sfera del profitto e caratterizzati da un significato che non si può ridurre all’espressione di bene pubblico; ma se il tema si è imposto grazie alla diffusa volontà di sottrarre alle logiche di mercato alcune risorse essenziali, ben presto gli sviluppi teorici hanno portato a superare un approccio legato alla risorsa per imporne uno legato alla pratica; si tratta di un ragionamento con importanti ricadute giuridiche e sociali: la pratica dei beni comuni si è così caratterizzata per l’idea che, oltre il pubblico e il privato, possa esservi una nuova forma di gestione delle risorse collettive che sappia comprendere la partecipazione attiva di tutti i soggetti di una comunità, valorizzando l’equità, la cooperazione, la condivisione.

Si tratta, evidentemente, di un filone filosofico tutto da esplorare, che però ha importanti ricadute nel pensiero politico con il quale si immagina e si configura il futuro dell’ente locale. Quest’ultimo, infatti, è uno dei principali erogatori di servizi al cittadino e rappresenta un nodo centrale nella vita quotidiana delle comunità locali; ma è, anche, lo spazio di potenziale partecipazione più vicino agli individui, il volto più conosciuto con il quale la Pubblica Amministrazione si presenta alla collettività. E, in questo contesto, può rappresentare un attore di cambiamento centrale, nella misura in cui è capace di porsi come soggetto che favorisce e promuove la crescita di pratiche nuove ed è in grado di mettere in discussione le proprie procedure e consuetudini.

Parlare di pratica dei beni comuni significa guardare alla riduzione dell’impronta ecologica delle attività umane con uno sguardo non sistemico e strumentale, bensì con la consapevolezza che obiettivi così importanti possono essere raggiunti soltanto attraverso percorsi di cambiamento sociale capaci di includere, responsabilizzare, coinvolgere. Certo, la riduzione delle emissioni inquinanti può essere ottenuta anche attraverso l’imposizione normativa, prevedendo vincoli a cui ogni cittadino deve adeguarsi; ma questa strada non è in grado di produrre un cambiamento strutturale, fondato su una nuova cultura del consumo e del risparmio, sulla sobrietà degli stili di vita, sulla decrescita e sulla ricerca di produzioni che non lascino le proprie tracce nell’ambiente che viviamo. Gli obiettivi della strategia Europa 2020, invece, potranno essere considerati pienamente acquisti soltanto nel momento in cui ci sarà una piena consapevolezza culturale intorno a un’affermazione tanto ripetuta quanto veritiera: il pianeta che viviamo non ci è stato donato dai nostri antenati, ci è stato dato in prestito dalle generazioni future. In questo senso, parlare di pratica dei beni comuni non soltanto è coerente con gli obiettivi di un Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile, ma è indispensabile.

1 Per una descrizione romanzata del nordest, del suo sviluppo economico e delle sue contraddizioni si vedano Videtta M., Carlotto M. (a cura di), Nordest, Edizioni E/O, Roma, 2007 e Stella G.A., Schei. Dal boom alla rivolta: il mitico nordest, Mondadori, Milano, 2003.

2 Nei primi anni novanta la moneta italiana, la Lira, subisce una svalutazione inarrestabile che fa salire l’inflazione; di questa situazione riescono ad avvantaggiarsi molte piccole imprese del Veneto vocate all’esportazione: grazie al regime dei cambi, infatti, esse riescono a produrre beni ad un prezzo finale più basso e quindi maggiormente concorrenziale.

3 Nel 2006 le aziende della provincia di Vicenza hanno esportato beni per un valore pari a 12.130,5 milioni di euro con un saldo commerciale positivo pari al 5,1% (fonte: Istat).

4 Meneghello L., Libera Nos a Malo, Rizzoli, Milano, 2000.

5 Fontana G.L., “Lo sviluppo economico dall’unità ad oggi”, in Fumian C., Ventura A. (a cura di), Storia del Veneto, Editori Laterza, Roma, 2000, p. 17.

6 Per Terza Italia si intendeva un insieme di regioni appartenenti al nord e al centro Italia, caratterizzate dalla presenza della piccola impresa; successivamente, alcune regioni del nordest hanno preso una strada propria, che le ha portate a differenziarsi dalle altre regioni e a costituire un modello particolare.

7 Il Lanificio Rossi di Schio è stato fondato nel 1817 da Francesco Rossi e trasformato in moderna industria dal figlio Alessandro intorno alla metà del 1873. L’Anonima Lanificio Rossi, costituita nel 1873, era la più grande concentrazione industriale-finanziaria del tempo in Italia. Alessandro Rossi introdusse nelle proprie aziende il metodo di lavoro tayloristico e perseguì nei confronti delle maestranze una politica paternalistica, costruendo alloggi e servizi per quanti lavoravano all’interno dei lanifici; una gestione che costituirà un modello di gestione paternalistico dei rapporti sociali. Per un approfondimento, Fontana G.L., Lo sviluppo economico dall’Unità ad oggi, in Fumian C. e Ventura A. (a cura di), Storia del Veneto, Editori Laterza, Bari-Roma, 2000, p. 103.

8 Una ricerca del Cser (Centro Studi Emigrazione – Roma) stima in circa 3.300.000 le persone emigrate negli anni dal 1876 al 1976 dal Veneto, di fatto la regione italiana a maggior emigrazione in tale periodo (seconda è la Campania, con 2.500.000). Si calcola che ci siano nel mondo circa 9 milioni di oriundi veneti. Per approfondire, Rosoli G. (a cura di), Un secolo di emigrazione italiana 1876-1976, Centro Studi Emigrazione, Roma, 1978.

9 Leggi n. 635 del 1957 e n. 614 del 1966.

10 Le piccole imprese sono spesso considerate una caratteristica fondamentale del sistema industriale italiano. In realtà esse si sono sviluppate in particolare in alcune regioni: Emilia Romagna, Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Marche e Umbria. Per questa ragione, Bagnasco parla di tre Italie: quella del nordovest, caratterizzata dalla prima industrializzazione e dalla presenza della grande impresa e della finanza nazionale; quella del centro-nordest, caratterizzata dalla piccola impresa e dall’economia informale; quella del meridione, caratterizzata da un endemico ritardo nello sviluppo industriale. Per un approfondimento su queste tematiche, si veda Bagnasco A., La costruzione sociale del mercato, Il Mulino, Bologna, 1998, e Bagnasco A., Tre Italie. La problematica territoriale dello sviluppo italiano, Il Mulino, Bologna, 1977.

11 Questa è l’istantanea che G.A. Stella fa alla provincia di Vicenza in Schei. Dal boom alla rivolta del nordest, Mondadori, Milano, 2003, p. 89.

12 Per economia informale si intendono «tutti quei processi di produzione e scambio che tendono a sottrarsi per uno o più aspetti ai caratteri distintivi» dell’economia formale, ovvero «i processi di produzione e scambio di beni e servizi regolati dal mercato e realizzati tipicamente da imprese di produzione e commerciali orientate al profitto, che agiscono sottomesse alle regole del diritto commerciale, fiscale, del lavoro e in generale nel quadro delle leggi e delle disposizioni con cui lo stato regola e orienta l’azione economica» cfr. Bagnasco A., Barbagli M. Cavalli A., Corso di Sociologia, Il Mulino,Bologna, 1997 p. 512.